Giusto o sbagliato? (Fernando Fabò)

L’etica è parte della filosofia, che è una
scienza imperfetta perché fa un’astrazione della realtà, ma nella vita umana
capitano tante cose che vanno al di là della ragione: l’intuito, l’amore. Chi
decide di sposarsi sta facendo un salto nel buio, chi dice che sarà per sempre?
Da un punto di vista razionale, non è che ha tutto chiaro. La filosofia fa
astrazione di tutte queste cose, dunque non vi aspettate dall’etica la
soluzione di tutti i problemi. La bioetica arricchisce molto la riflessione
morale, fa bene a tutti.

 

La distinzione è importante.
Immaginate una donna che ha lavorato tutto il giorno, torna e trova una
salsiccia, se la mangia o no? Va in sala pranzo, mette la salsiccia in comincia
a guardarla. Noi abbiamo una natura, delle tendenze, abbiamo fame. Un
metafisico direbbe che la salsiccia è un bene in se stesso, mi arricchisce.
Sarei in pace col me stesso e col mondo se mangio la salsiccia. Ma il suo
marito ancora non torna a casa, avrà fame. Dunque se la mangia o no?
Razionalmente potrei dire: se ne mangia metà. Tante cose che riguardano
l’amore, la grazie, il peccato rimangono fuori della razionalità. Non è facile
applicare i principi alla realtà.

 

Gli atti di cui siamo
responsabili (perché fatti con libertà), si propongono di raggiungere uno
scopo, si realizzano in una spazio temporale, ha una svolta (provoca delle
conseguenze). Sistemarli così aiuta a capire. Dal punto di vista bioetico
aggiungiamo un soggetto che agisce e anche delle conseguenze. Anche il soggetto
è importante per la bioetica. Non ogni soggetto è adatto a compiere tutti gli
atti. State a letto avete un mal di pancia atroce, chiamate l’infermiera.
Arriva un vigile del fuoco, ti faresti aiutare da lui? No. Non tutti i soggetti
sono adatti a compiere tutti gli atti. Se parlo della fecondazione eterologa,
non tutti i soggetti sono adatti. Un donatore è un terzo, estraneo alla coppia.

L’oggetto non è quello fisico, ma
l’atto che viene compiuto. Se rubo un cavallo, l’oggetto è il furto, non il
cavallo.

Fare un orologio per metterlo
nella bomba a tempo è diverso. Quella intenzione condiziona il giudizio morale
sulla bontà di fare quell’orologio. Somministrare un farmaco va bene, se lo
faccio per far fuori il paziente è un atto eutanasico, è un’altra cosa.

Fumare non è bello, ma fumare dal
benzinaio è molto più grave, metto a rischio la vita.

 

Intensità e durata delle
esperienze. Più del 90% dell’aborto in Spagna: rischio per la salute della
donna per motivi psicologici.

Una ragazza dottoressa appena
laureata che lavora in un campo in Africa. Pratica aborti, pensa di fare un
bene. Sta facendo un atto oggettivamente sbagliato, ma l’intenzione è buona.
Culturalmente esiste una prevalenza della corrente soggettivistica. Vedere le
cose solo dal punto di vista esterno è riduttivo. Bisogna vedere anche le
intenzioni.

Come un pedofilo che distribuisce
caramelle. Distribuire caramelle è una cosa positiva, ma la finalità è sbagliata.

I fatti, i dati, contano. Lo
stato della questione è importante.

Distinguiamo: essere, conoscenza
(pensiero, verità), agire. L’etica punta sull’agire. Il concetto cardine è la
bontà, non solo il pensare ma anche il fare. Questo panorama classico è cambiato.
La dimensione dell’essere è cambiata. Oggi bisogna essere coraggiosi per
parlare di metafisica. Tutto viene ridotto al fare. Questo, a livello della
verità ha una ricaduta molto forte. La nostra conoscenza viene relativizzata.
La verità viene condizionata al contesto, la bontà dei fatti viene determinata
da accordi, azioni. Nel contesto sanitario il buono è quello che dice il
protocollo. In alcuni reparti di oncologia i medici hanno uno psicologo. Un
medico mi ha detto: “guarda io ho la coscienza in pace, perché seguo il
protocollo”. Questa prevalenza del fare sull’essere ha dei risvolti molto
importanti. C’è un mondo di valori che noi percepiamo in modo gerarchico. Se
lavoro in un ospedale e un malato oncologico è grave, arriva un compagno, mi
dice: andiamo a mangiare una pizza. Ho fame, ma devo stare con quel paziente.
Io percepisco i valori ordinati. Il problema è qual è la mia gerarchia di
valori.

Immaginate una ragazza, chiede al
babbo di andare in discoteca, dice di no, lei insiste, il babbo dice sì, ma non
tornare dopo le 2, la minaccia. Trova per strada un ragazzo caduto dal
motorino, pieno di sangue. Si ferma o va via? Questa è la domanda. Esistono 2
modi di fare questa scelta. Si chiama conseguenzialismo,
ciò tiro le somme, guardo cosa mi conviene, e prendo una decisione. Io vado
via, se no il babbo si arrabbia e non andrò più in discoteca. Oppure la dignità
umana, i valori non negoziabili. Magari ha conseguenze negative, il babbo
capirà oppure no. Posso fare un giudizio morale che punta solo sulle
conseguenze, oppure sulla dignità umana.

Il primo principio è: devi fare
il bene. Poi ce ne sono altri.

 

L’etica si può approcciare in 2
modi molto diversi. Una scienza che mi dice: questo lo puoi fare o questo non
lo puoi fare, in funzione della ragione naturale. O piuttosto l’etica, la
scienza della condotta umana, non è altro che un codice stradale, un manuale di
sopravvivenza. Ci mettiamo d’accordo su che cosa è bene e che cosa è male.
Tutti siamo d’accordo che rosso è stare fermo. Tutti ci siamo messi d’accordo.
Adesso è così perché ci fa comodo. Quello che adesso è buono, magari domani
sarà cattivo. Quello che conta è il consenso. Noi tifiamo per il primo.

 

Posso fare un ospedale in
funzione della persona oppure in funzione dei soldi. Posso fare un reparto
tenendo conto della famiglia, allora penso uno spazio per i bagni, uno per
incontrare la famiglia. O posso fare una pianta di quel reparto come se fosse
una stalla per le mucche, magari risparmio personale, spazio… la persona è una
realtà globale che ha diverse dimensioni. C’è la sofferenza, il dolore, la
malattia; ma ha anche una dimensione intangibile, una dignità. Il paziente si
aspetta che il medico si prenda cura di lui come persona. Mi hanno colpito le
indicazioni date ai medici nei Gulag: mai trattare la persona come persona. In
molti ospedali le cose stanno andando così. Quando uno dimentica che un
paziente terminale è una persona si fanno cose che non si dovrebbero fare.

 

Io posso sacrificare la mia vita
per una persona che amo. La vita non è un valore in assoluto in questo senso.
Non ci può essere libertà senza responsabilità e viceversa. Oggi si intende
vivere una libertà senza responsabilità. Le conseguenze delle scelte vengono
messe tra parentesi. La gente oggi non si vuole far carico delle conseguenze.

 

Per il tutto posso sacrificare
una parte: principio terapeutico. Se ho un malato che ha un piede in cancrena,
io per salvare la vita di quella persona posso amputare quel piede. Questo che
a livello fisico è chiaro, se lo applichiamo al sociale, non posso dire che sia
legittimo sacrificare alcune persone per il bene della società.

 

L’uomo non è un’isola, gli altri
hanno bisogno di noi per crescere e noi abbiamo bisogno degli altri. la società
prendendosi cura dei più deboli, deve anche incentivare i più fortunati a
prendersi cura dei deboli. Solo solidarietà non andrà bene. Una società troppo
paternalistica non fa bene. Ma anche una società che punta solo sull’azione del
privato non va bene. Ci deve essere un equilibrio tra questi 2 concetti.

 

PRINCIPIALISMO:  C’è una bioetica più pragmatica. Secondo
alcuni ha una carica bioetica di fondo troppo forte. Una società relativista
come la nostra non condivide. Bisogna usare argomenti molto più terra terra,
che non sono ideologici. Dicono che ci sono 4 principi: beneficenza, non
maleficienza, autonomia (rispetta la scelta dell’altro), giustizia (bisogna
fare la cosa giusta).

 

Tante volte non fare ha una
valenza etica. Non idratare, non alimentare un paziente ha la conseguenza di
sopprimere un paziente. C’è un delitto che si chiama: omissione di soccorso.
Non posso separare beneficenza da non maleficenza, questa è una prima critica.

 

Ultimo tema caldo: il tema della
giustizia, che cosa significa fare la cosa giusta. Da millenni si sta girando
su questo tema. Se intendo assegnare a tutti i pazienti le stesse risorse, il
problema è che si sta riducendo a una giustizia economica. I principi
potrebbero funzionare, ma se metto al centro la persona. All’interno di quella
cornice è fattibile, altrimenti diventa la legge del più forte.

 

Non posso mai usare mezzi cattivi
per raggiungere un fine buono. Affinché una scelta sia buona il soggetto deve
essere adatto, il mezzo, il fine, le conseguenze devono essere buone, le
circostanze migliori possibili. Se il mezzo è cattivo, tutto l’atto è cattivo.
Perché il fine non giustifica i mezzi?

Qui l’argomento razionale è il
principio di non contraddizione: una cosa non può essere vera e falsa allo
stesso tempo, non può essere buona e cattiva allo stesso tempo. Significa volere
il bene e il male allo stesso tempo, tra le righe significa che sono
relativista, faccio la scelta in funzione dei risultati. O accettiamo che
esiste valore morale o è meglio dire non esiste.

 

C’è un principio che troverete
usque ad nauseam:

dire la verità è una cosa buona.
Immaginate che sono in uno studio medico, la finestra aperta, piano 22, ho un
paziente depresso, ha tentato il suicidio, devo dirgli che ha un tumore e ha un
mese di vita. Dico: Perché non ci troviamo al piano terra? Pian piano glielo
dico. Anche se comunico la verità devo tener conto delle conseguenze. San
Tommaso lo chiama: volontario in causa. Esistono atti in cui ci sono
conseguenze che posso prevedere quasi con certezza che avverranno.

Può essere lecito se

L’atto che io
metto è buono.

L’effetto
collaterale non è preteso in nessun modo, non è voluto.

Non è il mezzo
per raggiungere l’effetto buono.

Non c’è altra
possibilità.

Es. entrano le SS in un paesino,
ho quasi la certezza che uccideranno tutti. C’è un ponte con due suore che
pregano un’immaginetta. Io potrei far saltare il ponte per salvare la gente del
paesino sapendo che sicuramente queste due suore la cena stasera la vedranno in
cielo. Oppure non sono suore, sono 2 bambini e quello che deve far saltare il
ponte è il padre dei bambini.

A volte non è così chiaro. Qui
potrebbe essere limitato alla questione temporale. Non è ammesso l’effetto
cattivo per un effetto buono.

L’atto che io compio non è
uccidere le suore, è far saltare il ponte. Che le suore oggi andranno in paradiso
è una conseguenza non voluta. Lo posso prevedere? Sì. Non voglio uccidere le
suore. Uccidere le suore è il mezzo per salvare la vita a questo paese? Ci deve
essere una proporzione. Sono 2 suore contro 4-5000 persone. Quanto vale una
suora. Non ha altra possibilità, non ho via di scampo. Allora faccio saltare il
ponte sì o no?

In un ovile c’è una marea di
pecore, se arrivano le SS faranno cena. Posso far saltare le suore? No.

C’è un deposito di benzina, se la
prendono sicuramente vinceranno la guerra? Posso far saltare le suore?

 

Se applichiamo questo alla
bioetica:

una donna incinta sa di avere un
tumore. Se faccio un intervento il bambino muore. Se devo fare un intervento
adesso posso tranquillamente andare avanti anche se ho la certezza che perdo il
bambino. c’è una santa Gianna Beretta Molla che ha rinunciato a curarsi. Questo
è un comportamento eroico, per questo la donna è santa, ma non posso esigere
questo comportamento da tutti.

 

La Coscienza: qui e ora che cosa
devo fare, prevedendo le conseguenze? È come la bussola per una nave. I
moralisti distinguono 3 tipi di coscienza. Un allarme che può scattare prima
durante o dopo la realizzazione dell’atto. Scatta prima se sono una persona
riflessiva. Una persona riflessiva la coscienza le parlerà prima.

A volta capita che durante la realizzazione
dell’atto uno dice: mi sa che sto sbagliando. Questo meccanismo mi avvisa
durante la realizzazione dell’atto.

Oppure questo allarme scatta
dopo. Sono a letto, rifletto sulla giornata, dico: ma perché gli ho detto
questo? La coscienza dovrebbe essere antecedente. Dobbiamo essere realistici:
spesso questa riflessione viene dopo. Ma c’è l’esame di coscienza, che serve a
non rovinarti la bussola. Il bene lo continui a chiamare bene, il male male. Se
ci giochi, questa bussola comincia a funzionare male. Può essere erronea o
certa: quello che io penso, per me agire così è bene coincide con la verità
delle cose (coscienza certa). A volte capita che pensando di agire bene sto sbagliando
(coscienza erronea).

Devo agire anche se la mia
coscienza è erronea, ma se è erronea può anche essere colpevole, perché la mia
volontà aderisce all’errore, l’ho trascurata. Io cerco il consiglio dei saggi,
mi sto confrontando con altre persone per capire se sto agendo bene. Un medico
dovrebbe avere l’onestà di confrontarsi con altri nel suo ambito. Il secondo
punto è l’impegno personale per formarsi bene. In campo sanitario si traduce
con la formazione continua.

dai miei appunti di bioetica 09 10 22 Fernando Fabò

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