L’ONU si arrende alla Chiesa

di Riccardo Cascioli, da "il Timone", Luglio 2004

Il fallimento della “politica del preservativo” spinge le agenzie internazionali a guardare ai successi delle organizzazioni cattoliche, basati sulla presenza e sull’educazione. Il caso dell’Uganda.

«La Chiesa cattolica e la Caritas sono risorse chiave a livello dei singoli Paesi. Quindi per favore contattate e cercate una collaborazione attiva con loro attraverso le Conferenze episcopali cattoliche e gli uffici nazionali della Caritas, e facilitate il loro inserimento negli appropriati progetti di cooperazione nel Paese». Questo ordine è stato impartito ai coordinatori nazionali dell’UNAIDS (l’agenzia dell’Onu che si occupa di lotta all’Aids) da parte del Direttore del Country & Regional Support Department, Michel Sidibe. La data del memorandum è il 31 marzo 2004 e rappresenta una svolta nell’atteggiamento dell’agenzia dell’Onu.

Finora, infatti, da UNAIDS e da altre agenzie internazionali erano venute solo velenose polemiche contro la Chiesa cattolica, accusata essenzialmente di ostacolare l’uso dei preservativi come forma di prevenzione dell’Aids. Addirittura quando nell’autunno scorso ii cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, affermò alla BBC che il preservativo è permeabile al virus Hiv chiedendo che ciò venisse scritto su tutte le confezioni di profilattici (come si usa per le sigarette), fu oggetto di un linciaggio mediatico senza precedenti.

UNAIDS ora invece riconosce in questa lettera che «la Chiesa cattolica è responsabile del 26% di tutti i servizi sanitari nel mondo» e che in 38 Paesi in via di Sviluppo (che vengono tutti elencati nel memorandum) ha in corso importanti programmi per la prevenzione e cura dell’Aids. Non si fa ancora marcia indietro sul preservativo, ma indirettamente si riconosce che questa forma di prevenzione — l’unica sostenuta a livello di agenzie internazionali — non dà i risultati previsti. In realtà, alcuni ricercatori si spingono più in là. Edward Green, scienziato di formazione liberale dell’Harvard’s Center for Population and Development Studies, nel 2002 affermava in uno studio che «dopo 20 anni di pandemia non c’è alcuna evidenza che piü preservativi portino a meno Aids». E nel 2003 lo stesso Green ha pubblicato un libro dal titolo significativo – Rethinking AIDS Prevention (Ripensare la prevenzione dell’Aids), Greenwood Press — in cui, partendo dall’esperienza sul campo e dai dati raccolti, sostiene che l’unico approccio che risulta efficace nella prevenzione deIl’Aids è quello basato sull’educazione all’astinenza e alla fedeltà coniugale. Insomma, ciò che la Chiesa cattolica ha sempre fatto e che anche l’amministrazione Bush sta ora cercando di fare sostenendo le organizzazioni religiose che operano nei Paesi in via di Sviluppo. Per inciso, vale la pena ricordare che ii 24 maggio scorso proprio a Edward Green è stato assegnato l’importante Premio Philly Bongole Lutaaya per il suo lavoro sull’Aids in Africa.

Il caso che meglio spiega queste posizioni é quello dell’Uganda, l’unico Paese dove ci sia stata una reale diminuzione nel tasso di infezioni da HIV: secondo i dati offerti da uno studio di USAID (l’agenzia per lo sviluppo internazionale che fa capo al governo americano) c’è stata una riduzione del 75% nel gruppo di età tra i 15 e i 19 anni, del 60% tra i 20 e i 24 e del 54% nel suo complesso. E questo perché è stato ridotto del 65% ii sesso con partner casuali, grazie all’azione del governo che ha puntato soprattutto sull’educazione all’astinenza e alla fedeltà coniugale, nconoscendo al contempo il lavoro di chi già sul campo lavorava in questa direzione. Al contrario, l’arcivescovo di Nairobi, Raphael Ndingi Nzeki, ha denunciato che negli altri Paesi «l’Aids è cresciuto così rapidamente a causa della disponibilità dei preservativi». Non sembra un’affermazione provocatoria: il 29 gennaio 2000 la rivista scientifica The Lancet, a proposito dell’incentivo all’uso dei profilattici, avvertiva del pericolo di "una falsa percezione di protezione" che "induce ad aumentare i comportamenti a rischio".

E’ lecito a questo punto porsi una domanda: come è accaduto che la Chiesa avesse ragione mentre a livello internazionale c’e stato un abbaglio collettivo? Sostanzialmente perché mentre le agenzie Onu si sono sempre mosse sulla base di schemi ideologici, la Chiesa è presenza, la Chiesa vive il metodo della condivisione. Giuliano Rizzardini, primario di malattie infettive all’ospedale di Busto Arsizio ma con una lunga esperienza in Africa nella lotta all’Aids e consulente della Santa Sede, spiega che «la presenza permette di cogliere i reali bisogni, di creare un contesto educativo che solo permette a prevenzione e terapie di essere efficaci, di inventare modalità di intervento, di essere credibili e autorevoli nel suggerire soluzioni». Non sono parole, é un fatto, corroborato da alcuni dati: le organizzazioni cattoliche che in tutto il mondo lavorano a vario titolo per la salute sono 110.954 e gestiscono 6.038 ospedali, 17.189 dispensari, 799 lebbrosari, 13.238 case di cura per anziani e cronici, 64.979 centri di riabilitazione, counselling, assistenza pediatrica. E nell’Uganda diventata esempio per il resto del mondo in fatto di lotta all’Aids la sanità gestita dalla Chiesa cattolica — secondo le cifre fornite dal Journal of Medicine and the Person — conta 27 ospedali (un quarto del totale) 220 unità sanitarie di primo livello e le scuole infermieri, mantenendo “un ruolo decisivo neIl’erogazione sia dei servizi di base che di alta specializzazione tramandando un prezioso ethos professionale e una cultura di servizio”.

Una seconda questione importante è nella specificità di questa presenza della Chiesa: essa, infatti, nell’offrire un servizio, punta all’educazione della persona. I governi occidentali e le agenzie internazionali pensano che basti rendere disponibili le medicine per avere terapie di successo, e invece questo non basta. Ancora l’esperienza del dottor Rizzardini: «Le terapie hanno successo soltanto se sono inserite in un contesto educativo». Vale a dire che l’astinenza e la fedeltà coniugale, ad esempio, non sono imposizioni di morale o di igiene, ma — come nel caso dell’Uganda — sono inserite nella prospettiva di un’educazione aIl’affettività, alla responsabilità personale e al rispetto verso gli altri.
Non dobbiamo pensare che le agenzie Onu abbiano già imparato la lezione, ma la svolta dell’UNAIDS indica almeno che un primo passo nella giusta direzione è stato fatto.

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