EUTANASIA E AMORE: RELAZIONE O OPPOSIZONE? – SAMEK LODOVICI

EUTANASIA
E AMORE: RELAZIONE O OPPOSIZONE?

PROF. G.
SAMEK LODOVICI

 

Grazie
dell’invito, mi complimento per questa vostra passione per la difesa della
vita.

Non
pretendo di esaurire l’argomento, qualche ragionamento su un tema cruciale.
L’eutanasia viene presentata come gesto d’amore, pietà che pone termine alle
sofferenze dei malati più gravi. Varrebbe la pena di sottolineare che ci sono
le cure palliative che leniscono il dolore nel 95% dei casi. negli alttri si
può ricorrere alla sedazione.

il mio
giudizio negativo dell’eutanasia si accompagna a un giudizio negativo
sull’accanimento terapeutico. ci sono 3 criteri. efficacia della terapia:
l’intervento non può cambiare lo stato della malattia. se non è terminale un
intervento è inutile se non contiene la malattia. un secondo criterio da tener
presente è la pericolosità del trattamento, per esempio dolore per il malato o
in termini di ulteriori problemi, difficoltà al paziente. poi soprattutto la
dolorosità del trattamento in sè. sottolineo questo. se sono un medico e curo
un’infezione mortale, è poco doloroso.

se il
malato soffre per un lutto, la sofferenza non è cagionata dal trattamento, ma
dal lutto.

allora
c’è da chiedersi: alimentazione e idratazione sono terapie? no. se uno prende
un qualsiasi dizionario della lingua italiana. la fame e la sete non sono
malattie, alttrimente siamo tutti malati. c’è da chiedersi se sono
sproporzionati, cioè se sono inutili. altrimenti si fa morire di fame e sete un
soggetto anche in stato vegetativo, che potrebbe avere una qualche forma di
coscienza.

il nesso
tra eutanasia e amore: l’eutanasia viene considderata espressione di amore. il
termine è stato coniato probabilmente dagli stoici, Marco Aurelio ne parla come
la morte a cui ci si è prreparati bene.

la condizione
basilare dell’amore è il rispetto. che cosa è il rispetto? è dovuto alla
diignità della persona, della vita che è degna in quanto è di un soggetto che è
personale. dovremmo parlare di dignità della persona, poi per riflesso della
vita.

la
dignità è il valore incommensurabile dell’essere umano. mentre le cose hanno un
prezzo, gli uomini hanno una dignità, le cose possono essere comprate, gli
uomini non hanno prezzo ma una dignità inestimabile.

è
frequente sentire legare alla dignità l’esercizio di atti autocoscienti e
liberi. Molto spesso sentiamo dire che è dotato di dignità solo chi esercita
atti di autocoscienza: un soggetto non ancora in grado o non più in grado di
atti liberi autocoscienti non ha dignità.

Comportano
la liceità dell’uccisione dei malati di alzheimer, i neonati. alcuni
bioeticisti lo giustificano. ma nessuno arriva a spingere fino in fondo: si
possono uccidere i dormienti e i soggetti in stato di anestesia. non possono
essere considerati portatori di questa dignità. allora si dice che ha la
dignità anche chi può esercitare gli atti entro un certo tempo, per difendere i
dormienti. si può ribattere: entro quanto tempo? Qualche mese o anno come nel
caso del neonato? questo discorso comporta un criterio soggettivo, arbitrario.

d’altra
parte, non si può mai essere certi che un soggetto non possa riprendere
coscienza anche dopo molti anni. sono interessanti i casi di Tern Wallis e un
polacco che hanno ripreso coscienz dopo 19 anni di stato vegetativo, un periodo
più lungo di quello di Eluana prima della sua tragica uccisione.

sempre
per individuare questa dignità, se non troviamo un criterio comune lo Stato non
può uccidere un essere umano che potrebbe avere questa dignità.  non sono neanche d’accordo con chi dice che
lo Stato deve essere eticamente neutrale. non può, assume implicitamente una
visione etica e antropologica. ogni volta che lo stato legifera assume che sia
un bene morale da tutelare, la tutela della vita dell’uomo e della sua
proprietà. uno stato neutrale non è possibile.

la forma
minimale dell’amore è il rispetto per la dignità umana. a questo ppunto
l’argomento tipico è che ognuno è proprietario della propria esistenza, basta
che non lda terzi. la mia libertà finisce dopo comincia la tua, ma su me stesso
la mia libertà è sindacabile. ma non esistono atti privati, agiamo sempre anche
sugli altri. supponiamo che l’uomo possa agire in modo isolato, consideriamo
l’argomento di chi dice che posso togliermi la vita quando voglio.

l’uomo
diventa legittimamente proprietario di qualcosa se l’acquista con denaro o
lavoro o se la riceve in dono o per eredità.

riflettiamo
su queste tre possibili origini, vediamo se si posson riscontrare nel caso
della vita dell’essere umano. nessun uomo ha acquistato la propria vita
comprandola. nessuno di può dire umano per aver acquistato la vita. anche nel
caso del lavoro, nessun uomo ha lavorato per cominciare ad essere. neanche i
suoi genitori possono dire di essere proprietari della vita. possiamo dire che
nessun uomo è padrone della vita. resta solo che l’uomo abbia ricevuto in dono
o eredità la vita. anche dal punto di vista filosofico, l’uomo potrebbe averla
ricevuta in dono o eredità solo da Dio. Ci son delle prove filosofiche dell’esistenza
di Dio, non solo religiose.

Anche qui
capita di sentir dire da Maurizio Mori. Se la vita è un dono, è mia, la posso
utilizzare come preferisco, non devo rendere conto a nessuno. sempre dal punto
di vista morale, neanche ciò che riceviamo in dono possiamo utilizzare in
qualsiasi modo. Se F mi regala un diamante e io ci faccio giocare il cane, io
offendo F. Neanche di ciò che abbiamo ricevuto in dono possiamo fare quello
che vogliamo
.

Non devo
distruggere la vita co suicidio o chiedendo l’eutanasia.

Lo stesso
se ricevo in eredità un dipinto, non ne posso fare quello che voglio. pensiamo
all’ultima cena di Leonardo da Vinci, di proprietà dei Domenicani, non potevano
distruggerla anche se era di loro proprietà. infatti deploriamo quel priore che
fece distruggere una parte dell’afresco per consenntire l’apertura di una
porta. alcuni beni sono talmente preziosi che non possiamo disporne a nostro
piacimento
.

Perché di
fronte a un soggetto malato o in stato vegetativo facciamo questo discorso? la
persona umana è molto più preziosa di tutte le opere d’arte della terra messe
insieme.

procediamo
e chiediamoci perché le persone chiedono l’eutanasia. quelli che la chiedono
sono pochi, la maggior parte è perché provano dolore, allora la risposta al
dolore non è l’eutanasia ma è rappresentata dalle cure palliative.

nel
nostro paese sono arretrate. le cure palliative possono portare un sostegno
rilevante ai malati.

dice
Pierotti che si registrano casi di persone che inizialmente hanno chiesto
l’eutanasia, poi hanno cambiato idea per le cure palliative.

poi se
uno le rifiuta come nel caso di Welby per diventarre una bandiera per una
battaglia, questo è un altro discorso. il vero problema della soffeenza è
quello di dare senso alla sofferenza. L’uomo a volte cerca la sofferenza
purché gli si spiega il senso
, dice Nietsche.

Bisognerebbe
intendersi sugli stessi termini, lo stato vegetativo è una manipolazione
linguistica, come interruzione volontaria della gravidanza per non dire aborto.
fa pensare che no sia più una persona, ma un vegetale, invece abbiamo provato a
insistere sul fatto che in qualsiasi condizione di vita la dignità dell’uomo
rimane intatta.

ammettiamo
pure che questi soggetti sono vegetali, allra perché non li usiamo per
l’espianto degli organi. che cosa ci trattiene? comunque, come dicevamo prima,
per analogia, anche in questo caso se nella società nel dibattito non c’è una
concezione condivisa sullo status di persone o non persone di soggetti in stato
vegetativo, ancora una volta mi sembra doveroso che lo Stato assuma
un’impostazione in cui vale il principio di precauzione, non deve correre il
rischio di lasciare uccidere esseri umani che potrebbero essere ancora persone.

Bisogna
parlare di stato vegetativo persistente, non permanente. poi ci sono soggetti
che avevano una certa forma di coscienza, come nel caso di Crisafulli,
apparentemente non contattabile, ma comprendeva ciò che si diceva, era
impaurito quando sentiva i medici che incoraggiavano i familiari a interrompere
le terapie.

lo stato
vegetativo è uno stato misterioso, non lo conosciamo, lo stato non deve correre
il rischio di uccidere soggetti dotati di una dignità incommensurabile.

perché
chiedon l’eutanasia? per dolore, per solitudine. la risposta è l’affetti,
l’amore. non caso se compariamo la percentuale dei suicidi tra sani e malati di
cancro, è più altra tra sani, perché i malati di tumore sono circondati di
solidarietà.

leggo un
brano della dr ripamonti. in 25 anni su 40.000 pazienti solo in 4 ci hanno
richiesto l’eutanasia, 3 hanno cambiato idea dopo aver tolto il dolore. i
numeri non saranno sempre così irrisori, ma bisogna incoraggiare i malati, non
lasciarli soli.

veniamo a
un terzo motivo. non voler pesare sui familiari. ritengo che una famiglia non
abbia il dovere di accudire un malato fino a cambiare tutta la propria vita, ma
questo dovere morale ricade sullo Stato, che spreca soldi in modo futile,
questa forma di richiesta dell’eutanasia è: io do fastidio, sono un peso che
non vale la pena sopportare. significa dire: è vero, tu non vali la pena, la
tua esistenza non compensa qualsiasi sforzo, non è bene che tu esista.
cerchiamo di chiederci ulteriormente che cosa sia l’amore.

ci
vorrebbero ore e ore per rispondere a questa domanda ma credo che l’amore, almeno
nella sua espressione familiare, amicale, ecc… è una forma di stupore,
meraviglia, rendimento di grazie per l’esistenza dell’altro.

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