Eppure gli embrioni congelati sono figli

Li chiamano embrioni “in avanzo” o “concepiti in soprannumero”, persino “cumulo di materiale genetico”. Stiamo parlando degli embrioni crioconservati nelle biobanche dei centri di procreazione medicalmente assistita (Pma). Nonostante le espressioni più estreme con cui vengono definiti, gli embrioni sono figli, che magari non diventeranno mai bambini, neppure adulti, ma che di certo hanno dei genitori, solitamente coppie che ricorrono alla fecondazione in vitro per problemi di fertilità, o perché a rischio di trasmissione di malattie genetiche. Come rivelano due recenti studi scientifici (Human Reproduction Advance, 2009), i genitori sono i primi a non sapere che cosa fare dei propri embrioni crioconservati, soprattutto in quei Paesi nei quali è consentito produrne un elevato numero “come scorta per un successivo impianto in utero”. Avere infatti una riserva congelata di ovuli già fecondati, alla quale attingere nel caso in cui il primo trasferimento non si risolvesse in una gravidanza, garantisce di poter procedere ad ulteriori impianti in utero senza dover ripetere il prelievo di ovociti materni, per ottenere i quali è necessaria una stimolazione ormonale che causa alla donna diversi, pesanti, effetti collaterali. La crioconservazione è diventata così la causa dell’esistenza di grandi depositi di embrioni congelati in tutto il mondo, per i quali il tempo presente è sospeso, ed il futuro assolutamente ignoto, a partire dalla mancanza di una normativa, che non esiste né all’interno di un singolo Stato, né a livello di Unione Europea. E’ ormai una realtà dalle cifre talmente elevate da essere già un problema a livello mondiale, sia dal punto di vista politico-giuridico, sia da quello etico. Spesso definiti dai mass-media “l’esercito dei dimenticati”, gli embrioni che giacciono congelati nella banche europee ed americane sono ormai decine e decine di migliaia. Nonostante il mancato aggiornamento ufficiale dei dati relativi alla crioconservazione in Europa, si stima che in Italia il numero abbia già raggiunto le 30 mila unità congelate a meno 190 gradi, benché negli ultimi quattro anni si sia riusciti a non congelarne altri grazie al divieto previsto dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.
Con una cifra simile a quella italiana segue il Belgio, attestandosi sui 25 mila embrioni depositati nelle biobanche. Il numero aumenta invece in Francia, salendo a 180 mila unità (Gènéthique, 2009), fino ad arrivare ad oltre 200 mila in Spagna già nel 2003 (Lancet), ma in Gran Bretagna la cifra diventa enorme: 1,2 milioni di embrioni congelati (Liberté Politique, 2009). In Francia (è recente la decisione del Consiglio di Stato), in Gran Bretagna (che nel 2001 ha approvato anche la clonazione terapeutica) e in Spagna è inoltre permesso fare ricerca scientifica per scopi terapeutici sugli embrioni definiti “non vitali”. Al riguardo, dovremmo forse ritenere “non vitali” gli embrioni crioconservati soltanto perché nessuno si occupa di loro? In questi tre Stati (che insieme al Canada prevedono persino la donazione gratuita, ed anonima, di embrioni a coppie sterili) la crioconservazione è consentita per 5 anni, allo scadere dei quali, in assenza di una volontà manifesta dei genitori, gli embrioni vengono eliminati o utilizzati per la ricerca, quindi distrutti. Nello specifico della Francia, i genitori vengono contattati ogni anno, in forma scritta, affinché la biobanca conosca le intenzioni sul destino degli embrioni (reimpiantarli, consegnarli alla ricerca, quindi distruggerli, o darli in adozione) la cui crioconservazione costa 40 euro l’anno. In Svezia e Danimarca la possibilità di tenere i propri embrioni nelle banche della fertilità scende drasticamente ad un anno, dopodiché vengono dichiarati “di nessuno”, quindi diventano eliminabili. In Germania e in Austria – segno di un altro paradosso della modernità – l’utilizzo degli embrioni congelati è proibito, ma si può fare ricerca sulle staminali embrionali provenienti dall’estero (Bioetica, di Gianna Milano).
Se in Europa non esiste una legislazione specifica sull’utilizzo degli embrioni umani in soprannumero (in quanto prodotti all’interno dei cicli di fecondazione assistita), negli Usa la situazione è altrettanto arbitraria. Gli Stati americani si comportano autonomamente, come quelli europei. Partiamo dalle cifre: quasi mezzo milione di embrioni congelati per i quali non si sa che decisione prendere (Centers for Disease Control and Prevention). “Gli embrioni possono rimanere in buone condizioni per una decina d’anni, o più, ma soltanto a condizione che siano stati congelati con una procedura valida” (Fertility and Sterility). Un recente sondaggio condotto su 1020 pazienti in nove cliniche statunitensi rivela un quadro alquanto borderline: “Tra i pazienti che non desiderano altri bambini, dopo l’esito positivo della fecondazione assistita (Fiv/Icsi), il 43% si è detto contrario ad eliminare gli embrioni, però il 66% si è pronunciato a favore della donazione alla ricerca pur sapendo che così sarebbero stati distrutti. Il 20% preferirebbe addirittura tenerli congelati – ‘per sempre, anche quando noi genitori moriremo’ – pur di non decidere, e nonostante il pagamento della tassa di deposito, dai 500 ai 700 dollari all’anno (Fertility and Sterility, 2008). Nel 5% dei casi i genitori smettono persino di pagare queste quote, o interrompono definitivamente il contato con le cliniche (Center for Applied Reproductive Science of Johnson City).
Le scelte americane, purtroppo, non finiscono qui: “Ci sono coppie che, pur di non decidere, optano per soluzioni estreme: o lo smaltimento degli embrioni danneggiandoli, volutamente, in fase di scongelamento, oppure trasferendoli nel corpo della donna in un periodo non fertile, in modo da essere certi che gli embrioni saranno naturalmente abortiti” (New York Times, dicembre 2008 in riferimento a Fertility and Sterility, 2008). In questo caso si può ancora parlare di “aborto spontaneo” o, più propriamente, di aborto provocato?
Dalla fotografia, a livello mondiale, che ritrae l’esubero dei congelatori delle biobanche, emerge tuttavia un dato positivo e tutto italiano: la legge 40, conservando l’obbligo di creare “il numero strettamente necessario” di embrioni, continua ad indicare “una buona pratica” che altri Paesi potrebbero prendere come esempio. Inoltre – come più volte sottolineato dal sottosegretario alla salute, Eugenia Roccella, e dalla medicina riproduttiva più avanzata – il congelamento degli embrioni, non garantendo la salute degli stessi una volta scongelati, è già superato dalla crioconservazione degli ovociti (cellule femminili non ancora fecondate), una “buona pratica” per la salvaguardia della mamma in provetta.

Luisella Giovanna Daziano

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