Nostro è il dito esitante di Tommaso

Commento al Vangelo del 19 aprile II Domenica di Pasqua

Tommaso è passato alla storia come l’incredulo per eccellenza. Anche nel linguaggio corrente si dice: Sei come san Tommaso se non tocchi con mano non credi. In verità Tommaso condivide con gli altri discepoli l’incredulità, la fatica ad ccettare la notizia della Resurrezione. Proprio loro che avevano ascoltato dal Maestro il ripetuto annuncio della sua morte e della sua risurrezione il terzo giorno, sono come paralizzati dalla drammatica esperienza della sua morte e sembrano aver del tutto dimenticato la promessa della risurrezione.
Gli evangelisti sono unanimi nel registrare l’incredulità dei discepoli. Così Matteo: «quando gli undici discepoli videro (Gesù risorto) si prostrarono alcuni però dubitavano» (28,16s.). Secondo Luca le parole delle donne che riferiscono d’aver avuto una visione di angeli non vengono credute dai discepoli che le prendono per vaneggiamenti (24,11). I due di Emmaus tristi e sfiduciati fanno ritorno alle loro case ora che le speranze suscita teda Gesù sono sepolte con lui. E le parole di quanti affermano che Gesù è vivo (24,22-24) non fanno breccia nei loro cuori increduli. E ancora la reazione dei discepoli è quella di chi crede di vedere un fantasma (24, 37) è reazione di turbamento e dubbio (24,38). Secondo Giovanni sembra di poter dire che i discepoli dopo la Pasqua ritornano alle loro occupazioni di un tempo, la pesca (21, 1ss.). E Maria di Magdala, donna coraggiosa sotto la croce, ha solo lacrime quel mattino del terzo giorno, alba della resurrezione. Tommaso non è affatto solo, esprime con maggiore decisione la resistenza a credere che è di tutti gli altri discepoli. Ma è soprattutto nel vangelo di Marco che questa incredulità è vistosamente presente.

L’uomo della croce è risorto

Nella sua primitiva stesura il vangelo si concludeva al cap. 16,8 con la fuga delle donne dal sepolcro piene di timore e di spavento: «E non dissero niente a nessuno perchè avevano paura». Il Vangelo si chiudeva con questo silenzio carico di paura. Successivamente una aggiunta conclude con la menzione di altre apparizioni di Gesù ma anche queste accompagnate da incredulità (16,11.13). Singolare il rimprovero di Gesù ai discepoli per la loro incredulità e durezza di cuore perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato (16,14).Eppure, proprio a questi uomini pieni di paura e increduli Gesù affida il compito di andare e predicare l’evangelo (16,15). Davvero i vangeli non ci hanno nascosto la tenace resistenza dei discepoli all’annuncio della risurrezione! E il Risorto aiuta a vincere la tristezza interpretando il senso di quella morte e facendo toccare con mano la sua condizione di vivente. Sì, l’uomo della croce è il Risorto. Ecco il segno dei chiodi, ecco la ferita della lancia. Anzi Gesù invita Tommaso a mettere il suo dito nella ferita dei chiodi, la sua mano nella ferita del costato. Forse nessuna altra pagina evangelica come questa rappresenta con straordinaria efficacia che la nostra è fede in Gesù, fede nella sua persona, fede come relazione personale, esistenziale. Gesù non è tanto oggetto della nostra fede; credere in Lui vuol dire affidarsi interamente e liberamente a Lui. Credere è arrendersi a Lui vivente. Proprio perchè vivente io posso affidare a Lui, a lui solo, l’intera mia esistenza. Proprio perché vivente egli continua a interpellare uomini e donne che nel misterioso incontro con lui cambiano vita e si aprono ad una speranza nuova. Nelle pagine che seguono abbiamo raccolto parole e esperienze di uomini e donne che, richiamati dal Vivente, hanno cambiato vita, si sono aperti ad una speranza nuova.

Davanti a lui mi prostrerò

Di tanti uomini grandi e generosi fino all’eroismo la storia custodisce solo il ricordo. Di tanti maestri ancor oggi ascoltiamo nei libri la voce, l’insegnamento. Il nostro presente porta la traccia di tanti che sono apparsi sulla scena della storia. Ma il tempo li ha inesorabilmente travolti. Resta il ricordo, restano le opere, restano i discepoli e i seguaci, ma loro sono inesorabilmente morti. Non così per Gesù: vivo non solo nella sua parola ancor oggi affascinante, vivo non solo nella comunità dei suoi discepoli, vivo, realmente vivo. Questo evento, la risurrezione, fa di Cristo una persona inclassificabile rispetto a tutti coloro che sono apparsi sulla scena della storia. Per questo non dobbiamo aspettarci nessun altro uomo risolutivo per la storia umana. Il nostro amore e la nostra dedizione a lui non possono tollerare confronti. Gesù è il Signore, l’unico Signore, proprio come dice o forse grida Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”. Davanti a Lui mi prostrerò, mi inginocchierò; davanti ad ogni altro uomo, anche se rivestito di altissima dignità, resterò semplicemente in piedi. L’incontro con Tommaso, l’incredulo che tutti ci rappresenta, si conclude con una ‘beatitudine’ che ci riguarda. Beatitudine di coloro che senza aver visto – mentre Tommaso ha visto – crederanno. E’ vero, i nostri occhi non hanno visto il Risorto, le nostre mani non l’hanno toccato. Eppure noi vediamo con gli occhi di coloro che hanno visto il Risorto, noi lo tocchiamo per mezzo delle mani che l’hanno toccato: io credo in Colui nel quale ha creduto Pietro e Giovanni, Maria di Magdala e Tommaso. E’ grazie a questa catena di credenti che anche noi possiamo dire d’aver visto e toccato con mano. Noi crediamo grazie anche a coloro che prima di noi hanno creduto. Grazie anche all’incredulo Tommaso: il suo dito esitante che sfiora appena le ferite dell’uomo della croce, è il nostro dito.

di don Giuseppe GRAMPA
Parroco di S. Giovanni in Laterano, Milano

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